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Infrastrutture e trasporti

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Si subiscono i contratti-capestro, ma non si rispettano i patti con i cittadini!

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I 200 ettari di parchi urbani dell’accordo Moranzani sottoscritti con i cittadini rimangono un miraggio. Venti milioni di euro dell’accordo vengono stornati per opere portuali; oltre cinquanta milioni dalla legge speciale per Venezia sono utilizzati per compensare la mancata piena attivazione del project financing di Sifa (Mantovani/Veritas/Veneto Acque).

 

Leggiamo sulla stampa locale[1] di come, senza alcun preavviso e senza consultare tutte le parti interessate coinvolte, sia stato “congelato” (almeno!) fino al 2041 l’accordo di programma “Moranzani”, faticosamente costruito e concordato tra enti locali e cittadini sulla base di un modello partecipato strutturato in chiave Agenda 21 e quindi sottoscritto nel 2008.

 

L’accordo, partendo dall’esigenza di trovare una collocazione ai fanghi inquinati scavati nei canali industriali, aveva previsto diverse compensazioni per l’area locale (Marghera/Malcontenta/Fusina), consistenti in ben 200 ettari di parchi urbani, diverse opere di viabilità, lo spostamento di alcuni depositi petroliferi troppo vicini ai centri abitati (San Marco Petroli) e l’interramento degli elettrodotti di Terna. Le progettualità, con allegato un piano di investimenti di ben 800 milioni di euro ed un equilibrio finanziario garantito dagli introiti per i processamento dei fanghi, avevano anche accolto le indicazioni della cittadinanza che si era quindi espressa tramite un referendum per la convalida finale.

 

Ora, dopo ben otto anni passati senza che l’accordo fosse mai entrato in fase esecutiva, la Regione interviene con una serie di storni finanziari e di “atti aggiuntivi” all’accordo che di fatto lo bloccano, rimandando di quindici anni la sua (potenziale) attuazione. Nel frattempo, assistiamo allo spostamento di ben 56 milioni di euro dalla legge speciale di Venezia a vantaggio di una società mista pubblico/privata (Sifa: i soci sono Mantovani, Veritas, Veneto Acque)[2] ed allo storno di ingenti risorse (venti milioni di euro) verso attività che non hanno a che fare con gli obiettivi iniziali del piano (le banchine del nuovo terminal per container).

Il tutto, di fatto, rende potenzialmente inutili gli ingenti investimenti (sono stati spesi attualmente oltre 750 milioni) per la “messa in sicurezza” delle aree inquinate di Porto Marghera che dovrebbe impedire che la laguna continui a ricevere il dilavamento dei rifiuti tossici contenuti. Non essendo rimossi, i sedimenti inquinati presenti nei canali inquinati continueranno infatti ad essere erosi e poi dispersi in tutta la laguna di Venezia. I due interventi – 1) messa in sicurezza dei suoli inquinati tramite palancolatura e 2) asportazione dei fanghi inquinati dai canali – sono infatti complementari. Uno non ha senso senza l’altro.

 

Quali conclusioni trarre da tutto ciò?

 

La Giunta Regionale:

  1. non è in grado di far convergere le progettualità necessarie per il risanamento di Porto Marghera;
  2. di conseguenza ha perso gli obiettivi in chiave di rinascita e di riconversione industriale dell’area, con aspetti che vanno oltre i confini comunali per allargarsi a prospettive metropolitane e, per alcuni aspetti, regionali;
  3. preferisce perseguire obiettivi a breve termine legati alla portualità e di infrastrutturazione logistica;
  4. subisce i project financing “garantiti al 95%” maldestramente stipulati alcuni anni fa da una giunta non così dissimile da quella attuale in termini di maggioranza e stipulati con società che fanno capo comunque in parte alla Mantovani scaricando sui cittadini i costi di risoluzione dei contratti-capestro per decine e decine di milioni di euro;
  5. non rispetta alcuno degli impegni presi con la cittadinanza nell’ambito dell’accordo di programma del 2008 e connesso percorso di Agenda 21.

 

 

ERIKA BALDIN, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle

[1] Cfr. “Cancellati 200 ettari di parchi urbani”, di G. Favarato, su “La Nuova Venezia”, pag.27, http://m.nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2017/01/05/news/cancellati-200-ettari-di-parchi-urbani-1.14664790.

[2] Cfr. “Bonifiche e Moranzani al palo per coprire il ‘buco’ della Sifa”, di G. Favarato, su “La Nuova Venezia”, pag. 28, http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2016/12/20/news/bonifiche-e-moranzani-al-palo-per-coprire-il-buco-della-sifa-1.14601745.

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Cona, M5S: “Ne hanno trasferiti 100? Ce ne sono ancora 1100 di troppo” e punta il dito contro la coop Ecofficina e i privati che gestiscono i centri

Immigrazione

“Chi specula con i nostri soldi sull’immigrazione va raso al suolo”

Un centinaio di migranti ospitati nella struttura di Cona è stato trasferito oggi dal centro di accoglienza dopo la rivolta dei giorni scorsi e le tensioni esplose in seguito alla morte di una giovane ivoriana.

“Hanno trasferito 100 immigrati da Cona presso altre strutture? Ne mancano ancora 1100 da spostare – avverte la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Erika Baldin – Il centro di Cona dovrebbe accogliere 200 migranti ma ne ospita ospitava 1400 fino a ieri. Speriamo questo non sia solo un atto simbolico dopo le gravi vicende di queste ore”.

“La cooperativa Ecofficina, che gestisce il centro di Cona ha gravi responsabilità – le fa eco Jacopo Berti, capogruppo M5S in consiglio regionale veneto – gli operatori sono in pochi e sono costretti ad un lavoro immane per tentare di mantenere sotto controllo una situazione che vede 1400 persone provenienti da Paesi diversi, stipati in stanze con anche otto letti a castello”.

“La cooperativa che opera a Cona deve dare molte spiegazioni – continua Berti – si sta arricchendo, avendo aumentato di dieci volte il proprio fatturato in pochi anni. Prima coi rifiuti, ora con gli immigrati. I vertici sono indagati col sospetto che qualcuno abbia contraffatto carte ufficiali di un bando di accoglienza profughi. Ecofficina è accusata di sfruttare gli operatori ed è stata espulsa da Confcooperative secondo la quale, per essere una onlus, bada «un po’ poco al sociale è un po’ troppo al business»”.

Il Movimento 5 Stelle del Veneto intende andare a fondo sulla questione: “Andremo avanti per fare luce su questa cooperativa e in generale per contrastare il business dei migranti che crea disagi a tutti – annuncia Baldin – tranne che alle tasche dei privati che gestiscono le strutture”.

“Chi specula con i nostri soldi sull’immigrazione va raso al suolo – conclude Berti – chi non ha il diritto d’asilo va rimpatriato e vanno intensificati i controlli alle frontiere. O si agisce in maniera forte e rapida, oppure criminalità, immigrazione clandestina e malaffare continueranno a ringraziare”.

 

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Baldin sul caso di Cona

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Una giovane richiedente asilo di 25 anni della Costa d’Avorio è morta lunedì dopo un malore avvertito nell’ex base di Conetta, dov’era ospitata. I migranti del centro hanno dato vita ad una rivolta, con tanto di sequestro degli operatori per alcune ore.

La consigliera regionale del M5S Erika Baldin interviene: “Ero stata a visitare la base di Conetta nei primi giorni di apertura. La situazione da allora è gradualmente andata peggiorando. Il problema del centro è il sovraffollamento, era solo questione di tempo prima che accedesse una cosa del genere. Come M5S siamo sempre stati contrari ai grandi centri di accoglienza”.

“Mentre contesti piccoli sono più facilmente gestibili, i centri sovraffollati causano queste ed altre problematiche. Purtroppo la tendenza a sovraffollare i centri in tutta Italia deriva dal business che gira attorno alla gestione dei migranti. Il business dell’accoglienza: questo è il vero problema – accusa la consigliere – a Cona abbiamo assistito nei mesi scorsi a diverse risse e disordini da parte degli ospiti. È gravissimo il sequestro ad opera dei migranti di cui sono stati vittime gli operatori del centro, liberati alle due di notte dalle forze dell’ordine. In centri così sovraffollati tutto è sbagliato, il caos regna da una parte e dall’altra. La nostra condanna è totale”.

“Non possono trasformare il Veneto nel campo profughi d’Europa – le fa eco il capogruppo M5S in consiglio regionale, Jacopo Berti – stiamo assistendo a una situazione indecente e inaccettabile, che degenera ogni giorno. Questi centri sono solo un business per chi li gestisce, un lager per chi ci vive e una bomba a orologeria per chi è costretto a viverci accanto”.

“I centri come quello di Cona – continua l’esponente del M5S – ormai sono fuori controllo, fuori da ogni decoro e pure estranei a ogni legge. Un pericolo micidiale per chi ci vive, per chi ci lavora e per chi se li trova accanto a casa, e la pressione non può che aumentare”.

“Chi non ha i requisiti deve essere immediatamente rimpatriato – sottolinea Berti – questo è il momento di azioni forti e decise, non possiamo più aspettare un giorno di più”.

Ecco le proposte del Movimento in quattro punti, applicabili già da ora:

1) Chi ha diritto di asilo resta in Italia, tutti gli irregolari devono essere rimpatriati subito a partire da oggi.

2) Schengen deve essere rivisto: qualora si verifichi un attentato in Europa le istituzioni devono provvedere a sospenderlo immediatamente e ripristinare i controlli alle frontiere almeno finchè il livello di allerta non sia calato e tutti i sospetti catturati.

3) Creazione di una banca dati europea sui sospetti terroristi condivisa con tutti gli stati membri, utilizzando anche quelle attuali.

4) Revisione del Regolamento di Dublino

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Baldin patto per Venezia

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La consigliera regionale della provincia di Venezia Erika Baldin, da tempo impegnata sulla questione di Porto Marghera interviene sul Patto per Venezia firmato sabato 26 novembre dal Sindaco Brugnaro e dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Dopo un’attenta analisi delle carte, la Baldin non ha dubbi: “Renzi sta firmando patti a destra e sinistra, ma resteranno lettera morta. Sono solo marchette elettorali in vista del referendum”.

Di seguito un’analisi tecnica delle criticità del “patto”.

Baldin: “Con il Patto le parti si impegnano a mettere quasi mezzo miliardo di euro (457 milioni) a vantaggio di Venezia mirati al risanamento di Marghera e a una serie di interventi infrastrutturali, oltre che su cultura e turismo.

Il Patto segue in realtà diversi altri patti stipulati dal Presidente del Consiglio in altri territori, la cui somma è intorno ai »60« milardi di euro. Questo insinua diversi dubbi sull’effettiva realizzabilità degli interventi annunciati in termini di copertura economica.

A ciò si aggiunga il fatto che il “Patto”, uno strumento introdotto con la finanziaria 2015, non ha la forza vincolante di altri strumenti contrattuali utilizzati per le aree territoriali, come gli accordi di programma (pur regolarmente disattesi) che sono stati utilizzati a Venezia sin dallo storico Accordo di Programma del 1998.

Ma veniamo al Patto per Venezia.

Anche se positivo in buona parte dei suoi intenti »togliere qui (completare i marginamenti a marghera) «  il Patto per Venezia appare assolutamente poco solido dal punto di vista delle coperture. Ad esempio, in relazione ai 250 milioni x i marginamenti di Marghera, come confermato dal presidente della commissione parlamentare Bratti:

  • i 72 milioni del ministero dell’Ambiente citati dal Patto non ci sono in realtà nella finanziaria 2017;
  • non è chiaro da dove arrivino gli altri 178 milioni – nel Patto si fa un riferimento generico ai fondi dell’accordo del 1998 e del 2012;
  • la cifra per completare i marginamenti in realtà ormai è arrivata a quasi 300 milioni di euro (250 non bastano).

In definitiva, vi sono fondati dubbi che dietro al Patto per Venezia vi sia più un’azione di propaganda che un vero intento per affrontare i problemi dell’area.

Dopo tanti dubbi, ecco due certezze: se i tratti mancanti del marginamento non verranno completati, le sostanze tossiche contenute nei terreni contaminati continueranno a dilavare in laguna e nella falda sotterranea; in una situazione di inquinamento incontrollato, difficilmente si riusciranno ad attrarre investimenti nell’area per una riconversione industriale e nuovi progetti di sviluppo”, conclude la consigliera del M5S.

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Interrogazione scritta riguardante le infrastrutture di ricarica elettrica per i veicoli: un ritardo da colmare al più presto

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presentata il 15/11/2016 dalla Consigliera Baldin

 

Premesso che:

–           La legge 7 agosto 2012, n. 134 (Capo IV art. 17 septies), che emenda il D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, prescrive e dispone, al fine di garantire in tutto il territorio nazionale livelli minimi uniformi di accessibilità al servizio di ricarica dei veicoli, che entro il 1° giugno 2014 (comma 1-ter) i Comuni adeguino i loro regolamenti edilizi:

“… prevedendo, con decorrenza dalla medesima data, che ai fini del conseguimento del titolo abilitativo edilizio sia obbligatoriamente prevista, per gli edifici di nuova costruzione ad uso diverso da quello residenziale con superficie utile superiore a 500 mq e per i relativi interventi di ristrutturazione edilizia, l’installazione di infrastrutture elettriche per la ricarica dei veicoli idonee a permettere la connessione di una vettura da ciascuno spazio a parcheggio coperto o scoperto e da ciascun box auto, siano essi pertinenziali o meno, in conformità alle disposizioni edilizie di dettaglio fissate nel regolamento stesso.”;

–      La misura viene quantificata al 5% dei posti disponibili per le aree commerciali nel PNIRE (Piano Nazionale Infrastrutture Ricarica Elettrica):

Si evidenzia inoltre l’importanza di dotare la Grande Distribuzione Organizzata (GDO), Centri Commerciali e Cinema di infrastrutture di ricarica al fine di permette di rispettare le tempistiche e lo stile di vita degli utenti senza stravolgere le abitudini del conducente medio. […] Per tutte le autorimesse, parcheggi privati e parcheggi pubblici in generale si auspica la predisposizione di un numero adeguato (e coerente con la dimensione del parcheggio), di stalli da allestire con sistemi di ricarica. In caso di nuova costruzione tale predisposizione dovrà essere indicata in sede di progetto e garantire un                                                                                                                                                                      a percentuale dei posti dedicati ai veicoli elettrici pari almeno al 5% del numero complessivo dei posti messi a disposizione. L’infrastrutturazione delle aree urbane e metropolitane deve prevedere un congruo rapporto tra le infrastrutture residenziali e quelle accessibili al pubblico.”;

– La norma in questione, allo stesso articolo 17 septies, prevede anche la soluzione ai titoli abilitativi difformi con il comma 1-quater:

“Decorso inutilmente il termine di cui al comma 1-ter del presente articolo, le regioni applicano, in relazione ai titoli abilitativi edilizi difformi da quanto ivi previsto, i poteri inibitori e di annullamento stabiliti nelle rispettive leggi regionali o, in difetto di queste ultime, provvedono ai sensi dell’articolo 39 (legge 380/2001).”, che prescrive l’annullamento del permesso a costruire con tutte le conseguenze del caso (fino alla demolizione).

 

Considerato che:

– i percorsi di mobilità sostenibile non dovrebbero peraltro essere di interesse secondario per la Regione Veneto, stanti i livelli ormai fuori scala che ha raggiunto l’inquinamento da polveri sottili ed altri inquinanti, elemento che peraltro è alla base di una multa da un miliardo di euro comminata dalla Comunità Europea per il mancato rispetto dei livelli stabiliti;

– non è solo la legge che ce lo chiede. Le infrastrutture di ricarica elettrica per i veicoli risultano sempre più rilevanti per la nuova mobilità sostenibile, e stanno divenendo elementi discriminanti per quanto riguarda le località a vocazione turistica, che già da alcuni anni devono essere in grado di accogliere i nuovi turisti che si spostano con le auto elettriche e che quindi legano la possibilità di intraprendere un viaggio alla possibilità di trovare una ricarica nel territorio visitato. I comuni interessati, in ordine di presenze turistiche, sono: Venezia, Cavallino-Treporti, S. Michele al Tagliamento, Jesolo, Caorle, Lazise, Peschiera del Garda, Bardolino, Abano Terme, Verona, Padova, Chioggia, Rosolina, Cortina d’Ampezzo;

– dopo oltre due anni dal termine imposto (1 giugno 2014) tutti i comuni avrebbero dovuto modificare il proprio Regolamento Edilizio. In realtà, così non è. Da alcune prime rilevazioni a campione sembra che solo un’assoluta minoranza dei comuni abbia provveduto alla modifica prescritta. Ad esempio, in provincia di Venezia su 44 comuni ad oggi solo una parte di essi hanno provveduto ad adeguare il Regolamento edilizio. Citiamo, tra questi: Gruaro, Jesolo, Campagna Lupia, Portogruaro, Venezia, Mirano, Spinea (gli ultimi quattro in forma generica senza indicazione di parametri minimi);

– la mancanza di aggiornamento dei regolamenti e di controllo da parte dei comuni si riflette sull’inadempienza dei grandi operatori della GdO e di corrispondenti volumi di infrastrutture che avrebbero dovuto essere realizzate. Ancora più grave considerando che il Veneto ha una elevata densità di centri commerciali di grandi dimensioni e che queste organizzazioni spesso hanno interesse a rendere più attrattive le loro aree di sosta. Sono tanti i comuni che oggi, senza risorse proprie, potrebbero pertanto trarre vantaggio dall’applicazione della norma da parte delle attività private: nuovi supermercati, centri e parchi commerciali dotati di punti ricarica aumenterebbero l’attrattiva del comune per chi dispone di un proprio veicolo elettrico.

La sottoscritta consigliera

 

interroga la Giunta regionale

 

  • per sapere quanti e quali comuni:

 

  1. non hanno aggiornato il regolamento edilizio ai sensi della legge 134/2012;
  2. hanno aggiornato il regolamento edilizio ai sensi della legge 134/2012 e tra questi quanti e quali lo hanno aggiornato con un generico riferimento alla nuova normativa e quanti e quali invece lo hanno aggiornato con indicazione di criteri specifici e quantitativi;

 

– per sapere se la Regione abbia valutato di intervenire nei confronti dei comuni inadempienti o parzialmente inadempienti con una esplicita richiesta di aggiornare il regolamento edilizio e/o di attivare le richieste misure di controllo e in caso negativo per quali motivazioni;

 

– per sapere se la Regione abbia valutato di dar seguito a quanto previsto all’art.39 della legge 380/2001 nel caso di reiterata inadempienza dei soggetti tenuti alle installazioni sopraccitate.

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Romea, Baldin (M5S): “Non ci accontenteremo di qualche rotonda, vogliamo una messa in sicurezza definitiva”

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Il territorio non accetterà l’elemosina di qualche rotatoria e di progetti senza spessore: Chioggia e tutta l’area che grava sulla Romea vuole una vera alternativa. A ribadirlo è la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Erika Baldin, che punta l’obiettivo sulla situazione ormai insostenibile della strada statale.

“Ritengo sia doveroso che Anas e Ministero seguano le indicazioni provenienti dai territori coinvolti dalla Romea, in particolare da Chioggia a Mestre, passando per Codevigo, Campagna Lupia, Mira – tuona la Baldin – non accetteremo vie alternative, come quelle che sono state sottoposte al vaglio critico dei sindaci in via non ufficiale in questi giorni”.

La consigliera ha inoltre preso contatto con i comitati che si stanno muovendo sul territorio per chiedere una messa in sicurezza definitiva dell’importante arteria stradale.

“È arrivato il momento di fare finalmente il bene di tutti i cittadini e di mettere in sicurezza davvero la Romea – sottolinea la consigliera chioggiotta – non ci accontenteremo di qualche rotonda e di progetti stradali che a metà si riallacciano al tracciato esistente. Pretendiamo una vera alternativa, utile a deviare tutto il traffico pesante in altre strade, a bypassare i centri abitati e a liberare i cittadini dal rischio quotidiano”.

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Il nuovo assetto sanitario penalizza Chioggia, Baldin (M5S): “Come sempre dalla Lega due pesi e due misure”

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Il nuovo assetto della sanità veneta penalizza Chioggia, alla faccia dei flussi turistici. A dirlo è la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Erika Baldin, che esprime tutta la sua contrarietà al progetto varato dalla Regione sulle Ulss venete.

“L’Ulss14 di Chioggia, Cona e Cavarzere sparisce – sottolinea la consigliera chioggiotta – perché sarà assorbita dall’azienda sanitaria di Venezia. Qui i flussi turistici sono importanti, dato l’afflusso di persone che vanno a Sottomarina d’estate e che visitano tutto l’anno la nostra bellissima cittadina. Eppure non è stato neppure tentato il trucco utilizzato dalle lobby leghiste per raddoppiare le Ulss in altre zone del Veneto”.

“E a questa maggioranza – si rammarica Baldin – evidentemente non importa che l’unico modo per raggiungere Venezia sia tramite la Romea, quindi con un’ora di strada se le cose vanno bene. Per non parlare del fatto che mancano collegamenti ferroviari degni di questo nome”.

“Come sempre quando parliamo della Lega e dei suoi alleati ci troviamo davanti a grandi disparità di trattamento – tuona la consigliera M5S – due pesi e due misure, dove da una parte c’è Chioggia e dall’altra i bacini di voti del Carroccio. Questo è un territorio con problematiche tutte sue e con deficit infrastrutturali enormi, che viene messo in secondo piano rispetto all’area nord della provincia solo perché qui non ci sono gli interessi elettorali da salvaguardare”.

 

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Tribunale di Bassano: Zaia oggi ne chiede la riapertura, ma sopprimerlo contribuì la Lega

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Vorremmo chiedere al Presidente Zaia se sa come si è arrivati alla chiusura del Tribunale di Bassano del Grappa. L’iter glielo rammentiamo noi: la soppressione di 31 tribunali, 31 procure e 220 sezioni distaccate di tribunale è avvenuta in seguito all’entrata in vigore, il 13 settembre 2012, del decreto sulla riorganizzazione degli uffici giudiziari. Ma suddetto decreto è stato frutto di una legge delega del 2011.

Zaia sa chi ha votato a favore di quella legge?

Gli ricordiamo anche questo. Il Senato nella seduta del 7 settembre 2011 ha approvato la legge con 165 voti favorevoli, tra cui spiccano i nomi di Calderoli, Castelli, Rizzi e tutti gli altri senatori LN compresi quelli eletti in Veneto come Bricolo, Cagnin, Franco Paolo, Stiffoni, Vaccari, Vallardi….

Una settimana dopo la legge è stata approvata alla Camera, dove 316 deputati hanno votato sì. E tra questi spiccano i nomi di tutti i deputati della Lega, compreso Maroni e di quelli eletti in Veneto come Dozzo, Montagnoli, Bitonci, Bragantini, Callegari, Dal Lago, Dussin, Forcolin, Gidoni, Goisis, Lanzarin, Munerato, Martini, Stefani Stefano e Negro.

La legge è stata, dunque, votata all’unanimità dai componenti della lega Nord.

Poi il centro-sinistra, con PD e Ministra Cancellieri in testa, hanno fatto il resto, in pieno spirito bipartisan (emanando il tristemente famoso decreto delegato).

Insomma, proprio coloro che hanno determinato la chiusura del Tribunale di Bassano e di altri 30 in tutta Italia, oggi si battono, con scarsa memoria, per l’istituzione del Tribunale della Pedemontana.

Ma scusate, non sarebbe stato più facile non decretarne la chiusura?

 

Il senatore M5S Enrico Cappelletti

I consiglieri regionali veneti M5S Jacopo Berti, Erika Baldin, Simone Scarabel e Manuel Brusco

 

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Case chiuse, il M5S Veneto chiede la riapertura. Baldin (M5S): “Ce lo chiedono i nostri iscritti. Ora vogliamo impegnare la maggioranza a fare pressione con noi sul Parlamento”

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A 60 anni dalla legge Merlin parte dal Veneto la “legge Baldin” sulle case Chiuse: sulla piattaforma del M5S “Rousseau” gli iscritti hanno deciso attraverso un voto online quali delle proposte scritte da iscritti stessi dovessero essere prese in carico dai parlamentari pentastellati.

Una delle due proposte che hanno ottenuto più voti è infatti quella sulla riapertura delle case chiuse.

In Veneto sarà la consigliera Baldin a seguire la proposta, dato che, come spiega: “Ho ricevuto molte richieste al riguardo in questo primo anno passato sul territorio. Dopo tutto è proprio da Chioggia che è nato il problema, la Merlin (prima firmataria della legge per abolire le case chiuse nel 1958) ricordiamo che era chioggiotta. Noi faremo il contrario, riapriremo le case chiuse.

In questo modo avremo più decoro nelle strade, le ragazze non saranno più sfruttate e toglieremo un importante affare alle mafie, ci sarà più sicurezza per la salute e, cosa non da poco, finalmente questa attività pagherà le tasse. Fino ad oggi la prostituzione, non essendo regolamentata, ha sottratto al fisco miliardi di euro. E’ ora che quei soldi tornino nelle nostre casse”.

L’azione in Regione

Baldin annuncia una mozione: “Poiché il governo Renzi, come sempre, proverà a non ascoltare le proposte che vengono direttamente dai cittadini e ci metterà degli ostacoli alla calendarizzazione di questa proposta in Parlamento – dice – chiederemo alla Regione Veneto di votare una mozione per fare pressione sull’esecutivo a Roma, affinché questa proposta venga discussa in tempi brevi”.

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Punto nascite Valdagno, Berti (M5S) alla manifestazione: “Servizio fondamentale per mantenere vive queste zone, non bisogna chiuderlo”

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Il punto nascite dell’ospedale di Valdagno non deve chiudere. A dirlo è il capogruppo del Movimento 5 Stelle in consiglio regionale veneto, Jacopo Berti, che questa mattina ha partecipato alla manifestazione indetta per difendere il punto nascite del nosocomio valdagnese.

“Bisogna salvare il punto nascite, quell’ospedale non deve essere chiuso – ribadisce Berti – un’intera comunità ce lo chiede. Alla manifestazione ha partecipato un numero enorme di persone, assieme alle associazioni del territorio e agli stessi Comuni”.

“Salvare i punti nascita nel territorio montano è indispensabile – continua il capogruppo M5S – si tratta di un servizio fondamentale per mantenere vive queste zone, toglierli vuol dire eliminare uno dei pilastri delle comunità. E questo non possiamo permetterlo”.

“Ci siamo già mossi a ogni livello, come M5S – prosegue Berti – per dare voce ai cittadini e ai comitati, sono state raccolte 15 mila firme che la buona politica non può ignorare. Non si può restare sordi a una richiesta così importante e abbiamo già depositato un’interrogazione in Regione sull’argomento. Vogliamo che i cittadini sappiano che non molleremo”.

 

Ospedale non deve chiudere

Bisogna salvare punto nascite

Per mantenere la gente sul posto

Servizi

Una comunità che lo chiede

Indispensabile salvare i punti nascite nel territorio montano

Già depositata interrogazione in regione

Mossi a ogni livello per dare voce a cittadini e comitati, 15 mila firme che la buona politica deve ascoltare

Valdagno, Cornedo Vicentino, Recoaro Terme, Brogliano, Castelgomberto. Cinque Comuni, con territori limitrofi, compatti nella loro contrarietà a alla sopressione del punto nascite dell’ospedale di Valdagno. E sono anche cinque comuni che stanno per manifestare per questo, assieme. E tutto pronto infatti per la manifestazione che sabato 25 giugno, a partire dalle 10, vedrà scendere in piazza sindaci, categorie economiche, associazioni e cittadini della Valle dell’Agno per chiedere risposte alle questioni ancora aperte sull’ospedale San Lorenzo.

L’iniziativa è solo l’ultima di una lunga serie tra quelle sorte spontaneamente, come la raccolta firme, che ha ormai superato le 14 mila sottoscrizioni e che proseguirà anche sabato, con l’obiettivo di arrivare almeno a 15 mila. Nel frattempo, a seguito dei colloqui e incontri avuti nelle scorse settimane con alcuni componenti della quarta Commissione regionale, è stata presentata, dai sindaci e da Progetto Salute, una richiesta di audizione, in merito alla riorganizzazione dei reparti in programma tra gli ospedali di Arzignano e Valdagno per consentire l’avvio dei lavori dell’ospedale unico di Montecchio Maggiore.

I consiglieri regionali Jacopo Berti, Simone Scarabel, Manuel Brusco, Erika Baldin e Patrizia Bartelle (Movimento 5 Stelle), Giovanna Negro (Il Veneto del Fare – Flavio Tosi), Claudio Sinigaglia e Francesca Zottis (Partito Democratico) hanno inoltre presentato un’interrogazione al Consiglio regionale in cui ancora una volta viene sottolineato come l’ipotesi su cui si starebbe procedendo, ovvero quella del trasferimento temporaneo del reparto di ortopedia da Montecchio a Valdagno con l’unificazione dei punti nascite ad Arzignano, risulti essere quella economicamente più dispendiosa, oltre che penalizzante per i 65 mila abitanti della Valle dell’Agno.

In attesa di una presa di posizione chiara da parte della Giunta Regionale, la mobilitazione di questi mesi, si sposterà dunque sabato in piazza, per sostenere le posizioni in difesa del San Lorenzo, struttura praticamente nuova, dotata di servizi, reparti e personale di qualità, dei quali l’intera vallata non può essere ulteriormente spogliata.

Il corteo si raccoglierà nelle due piazze centrali di Valdagno, Piazza del Comune e Piazza Roma, per poi muoversi alla volta del presidio installato da inizio giugno in Piazzale Caliari, ai piedi proprio del San Lorenzo, attraversando Via IV Novembre, Via Colombo e Via Galilei. Qui si terranno alcuni interventi di coloro che hanno portato avanti le principali iniziative in difesa dell’ospedale valdagnese. Ogni dettaglio è stato definito per assicurare uno svolgimento corretto della manifestazione.

Accanto a tutti i cittadini che si sono impegnati a vario titolo per la causa, i sindaci hanno voluto “ringraziare, per il prezioso apporto,  le associazioni e le categorie economiche, oltre ai gruppi Alpini, alla Protezione civile, alla Croce rossa italiana, ai tecnici comunali, agli agenti di polizia locale e alle forze dell’ordine che sabato saranno presenti per garantire la sicurezza dei tanti partecipanti attesi”

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